Nel cuore dell’Europa che predica diritti e principi, c’è posto anche per Aleksandar Vučić. Un presidente autoritario, al potere da dodici anni, che reprime le proteste studentesche e ammicca a Mosca e Pechino, trova ancora una sedia calda a Bruxelles. Ursula von der Leyen e Antonio Costa, rappresentanti di quell’Unione che si proclama custode dello stato di diritto, gli hanno offerto una cena “cordiale, concreta, aperta e responsabile”, mentre fuori dai palazzi la Serbia brucia sotto la rabbia di chi chiede democrazia.
La diplomazia, si sa, ha il gusto del compromesso. Ma qui si va oltre. L’Ue non solo non prende le distanze da Vučić, ma sceglie di ignorare ciò che accade da mesi a Belgrado: proteste di piazza, accuse di uso di armi sonore contro i manifestanti, violazioni sistematiche dei diritti civili. Il tutto in nome di una strategia che guarda più al litio della valle di Jadar che alla libertà dei cittadini serbi.
Diritti sacrificati sull’altare del litio
La presidente della Commissione, in un post su X, ha ricordato che la Serbia deve fare progressi su libertà dei media, lotta alla corruzione e riforma elettorale. Una formula di rito. Nel frattempo, però, l’abbraccio politico resta. E non è solo simbolico. L’Unione ha bisogno della Serbia, o meglio: delle sue risorse minerarie. Non a caso, Bruxelles ha inserito proprio in questi giorni 47 progetti strategici per l’approvvigionamento di materie prime critiche. Tra questi potrebbe finire anche il maxi-sito per l’estrazione di litio a Jadar. E quando c’è da scavare per alimentare la transizione ecologica europea, i diritti umani possono attendere.
Vučić, dal canto suo, ha fatto il solito gioco: si è detto pronto a “verificare” che nessun cannone sonoro sia stato usato contro i manifestanti. Poi però ha aggiunto che “il suo utilizzo non è vietato da nessuna parte in Europa” e che “negli Stati Uniti lo usano quasi ogni giorno”. Non esattamente il linguaggio di un candidato credibile all’ingresso nell’Unione europea. Ma a Bruxelles nessuno ha fatto una piega.
Secondo Srđan Cvijić, analista del Belgrade Centre for Security Policy, la percezione pubblica in Serbia è chiarissima: l’Europa sta sostenendo un regime autoritario. Anche se, va detto, qualcosa è cambiato nel tono. Niente conferenze stampa congiunte, niente “caro Aleksandar”, solo una dichiarazione scritta. Segnali minimi, insufficienti. Perché se l’Unione avesse davvero voluto lanciare un messaggio politico netto, non avrebbe scelto la via del dialogo formale nel bel mezzo delle proteste. L’avrebbe detto chiaro: così, con questi metodi, l’adesione è sospesa.
L’adesione a ogni costo, anche senza democrazia
E invece no. Vučić continua a promettere l’apertura di nuovi capitoli negoziali entro l’anno, come se l’adesione fosse una formalità. E continua a governare, benché il premier Miloš Vučević si sia dimesso il 28 gennaio e il termine per la formazione di un nuovo governo sia ampiamente scaduto. In Serbia, le regole valgono solo quando servono.
L’Europa tace. Anzi, rilancia. Von der Leyen e Costa parlano di investimenti, di futuro comune, di vantaggi reciproci. Ma la domanda è un’altra: che fine ha fatto l’Unione europea che si diceva comunità di valori? Cosa resta della Carta dei diritti fondamentali, quando Bruxelles chiude gli occhi di fronte a un regime che reprime le piazze e gioca a rimpiattino con i diritti civili?
La risposta è nella geoeconomia, nell’ossessione strategica per le terre rare, nel bisogno disperato di risorse per la transizione verde. Ma se questa è la nuova bussola dell’Unione, allora è il momento di dire le cose come stanno: la democrazia è opzionale, se il tuo suolo è ricco. E la libertà di stampa può aspettare, se prometti di riformare — prima o poi.
Nel silenzio della diplomazia, la Serbia resta sospesa: né dentro né fuori, utile ma ingombrante, tollerata perché preziosa. Un partner tossico, come lo definisce lo stesso Cvijić, che pesa sempre più sul bilancio etico dell’Ue. E che intanto, da Belgrado, continua a reprimere e governare. Con il benestare europeo.
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