la pesca sostenibile è un’alternativa valida?

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Mari e oceani sempre più sotto pressione, con riserve che rischiano di finire, specie che rischiano di scomparire e noi che rischiamo di ritrovarci sommersi da un quantitativo abnorme di plastica. Sono ormai decenni che ricercatori e organismi internazionali come l’Onu lanciano allarmi, che però sembrano restare inascoltati. Ma qual è l’alternativa a una pesca così invasiva? Cosa vuol dire pesca sostenibile? Lo abbiamo chiesto a Francesca Oppia, Direttrice del programma Marine Stewardship Council (MSC) in Italia, organizzazione non profit indipendente che lavora per salvaguardare l’oceano e le risorse ittiche attraverso un programma di certificazione per la pesca sostenibile.

Gli oceani e mari al limite

Secondo un rapporto del 2023 della FAO, un terzo degli stock ittici globali è sovra sfruttato o a rischio di collasso. La pesca industriale ha avuto un impatto importante negli ultimi 50 anni in termini di impoverimento delle acque, coadiuvata dalla pesca illegale, che rappresenta ancora un problema significativo, con un valore stimato di 11-26 miliardi di dollari all’anno. Inoltre, ogni anno, si stima che circa 11 milioni di tonnellate di plastica finiscano negli oceani. Tutto questo porta all’aumento della temperatura dell’acqua marina che, a sua volta, provoca l’acidificazione degli oceani, minacciando la sopravvivenza di organismi fondamentali come i coralli. Un fenomeno che investe direttamente anche le persone, perché l’innalzamento del livello del mare erode le coste e mette a rischio le comunità costiere. Come si rimedia a tutto questo? Siamo ancora in tempo per farlo?

“Il cambiamento climatico sta avendo un profondo impatto sull’oceano e sulla vita nell’acqua”, ci ha spiegato Francesca Oppia, Direttrice del programma Marine Stewardship Council (MSC) in Italia, organizzazione non profit indipendente che lavora per salvaguardare l’oceano e le risorse ittiche attraverso un programma di certificazione per la pesca sostenibile. “L’aumento delle temperature delle acque causato dal cambiamento climatico e l’aumento della frequenza, della durata e dell’intensità delle ondate di calore marine (aumenti estremi della temperatura dell’acqua che si osservano lungo un prolungato periodo di tempo) osservato nell’ultimo secolo mettono a rischio popolazioni ittiche e la sopravvivenza di sistemi alimentari. Molte attività di pesca stanno già scontandone gli effetti, in particolare attraverso cambiamenti nella distribuzione e nella quantità di catture disponibili”.

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Una dei problemi principali è l’eccessivo sfruttamento degli stock da parte della pesca industriale: “Si tratta di un metodo che invece di lasciare in acqua abbastanza pesci in modo che possano riprodursi all’infinito, preleva una quantità di esemplari di una determinata specie in misura maggiore rispetto alla loro capacità di rigenerarsi. Non solo causa il declino delle popolazioni ittiche, ma mette in pericolo l’equilibrio dell’oceano e i mezzi di sussistenza e la sicurezza alimentare delle comunità che dipendono dalla pesca”. E, al tempo stesso, la pesca illegale in zone ad alto rischio: “La pesca nelle aree caratterizzate da habitat estremamente vulnerabili non dovrebbe essere permessa. Ad esempio, nelle aree marine protette esistono le ‘no take zone’ dove è vietata qualsiasi forma di pesca. Nel caso di interazioni tra attività di pesca e habitat marini vulnerabili, è necessario adottare tutte le misure necessarie per minimizzare l’impatto. Questo include la raccolta del maggior numero possibile di informazioni scientifiche su tali impatti, al fine di permettere una gestione della pesca rispettosa dell’ambiente. La base per qualsiasi valutazione dell’impatto e della sostenibilità deve essere costituita da dati scientifici, con una valutazione della vulnerabilità dell’ambiente specifico e dell’impatto degli attrezzi da pesca utilizzati”.

La pesca sostenibile è un’alternativa reale?

Sempre più spesso negli ultimi anni sentiamo parlare di “pesca sostenibile”, un concetto che ai più può sembrare molto astratto, ma che in realtà si basa su dati concreti e standard ben precisi. “Per MSC, il concetto di pesca sostenibile si basa su un rigoroso standard scientifico e su tre principi fondamentali. In primo luogo, la salute della popolazione oggetto di pesca deve essere salvaguardata lasciando in mare abbastanza pesci affinché possano riprodursi. La salute degli stock ittici non è valutata da MSC, ma da istituti scientifici preposti, come ad esempio la GFCM, la Commissione Generale per la pesca nel Mediterraneo”.

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“In secondo luogo, è necessario minimizzare l’impatto sull’ecosistema: le pratiche di pesca devono ridurre al minimo gli effetti sull’ambiente marino. E infine, è necessaria una gestione che guardi al futuro e consenta di adattarsi alle mutevoli condizioni ambientali. Solo quando ognuno di questi tre elementi è presente, la pesca può essere considerata sostenibile. Essere sostenibili non significa avere un impatto zero: qualsiasi tipo di pesca, sia essa piccola, artigianale o industriale, può essere sostenibile se rispetta rigorosi requisiti scientifici”.

È indubbio che, con la domanda sempre più in aumento (pensiamo alle popolazioni che prima non avevano accesso a questi prodotti e che ora invece ce l’hanno), applicare standard di pesca sostenibile diventa complesso: per questo, come per la carne da allevamenti, il primo passo è ridurne il consumo. “È innegabile che la pesca su larga scala abbia un impatto maggiore sugli oceani – ha precisato Oppia – Tuttavia, proprio per questo motivo si fa necessario il rispetto di rigorosi requisiti di sostenibilità. Anche la pesca su larga scala può essere sostenibile se gestita nel rispetto delle risorse ittiche e dell’habitat marino. I metodi di controllo e verifica previsti dal programma MSC sono fondamentali per garantire che la pesca mantenga la propria sostenibilità nel tempo”.

È importante precisare però che pesca legale e pesca sostenibile nello scenario attuale non sono concetti necessariamente sovrapponibili, anzi: ed è proprio qui che dovrebbero intervenire le istituzioni. “Non tutta la pesca legale è sostenibile, quindi il ruolo dei governi è fondamentale per tutelare le risorse marine. I governi dovrebbero adottare norme che includano misure efficaci, basate su dati scientifici, per gestire la pesca in modo che gli stock ittici rimangano in salute e i pescatori possano continuare a operare in modo redditizio”.

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Acquacoltura: usarla per alleggerire il carico degli oceani

Abbiamo già parlato di acquacoltura, un metodo che può rappresentare uno strumento per alleggerire la pressione sugli oceani, a patto però che sia portato avanti con rigorosi standard di sostenibilità. “L’acquacoltura, sia essa svolta in mare che sulla terraferma, si sta affermando sempre di più come alternativa alla pesca in quanto le risorse degli oceani non sono certo infinite, mentre la domanda di consumo è sempre in crescita” ha piegato Oppia. “Nasce con l’intento di alleviare la pressione della pesca sui nostri mari, ma può essere considerata una soluzione sostenibile solo se gestita in modo responsabile; altrimenti, rischia di diventare un grosso problema” al pari di quello rappresentato dagli allevamenti intensivi. Insomma, gli strumenti ci sono, sta a noi saperli usare.

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Cosa fare come consumatori durante l’acquisto

Per essere sicuri di non acquistare pesce che provenga da zone sovra sfruttate noi consumatori possiamo (e dobbiamo) fare grande attenzione all’etichetta. “La normativa attuale richiede di indicare la zona FAO di pesca per il pesce fresco o surgelato, a eccezione di quello lavorato, ma credo che sarebbe una buona pratica indicare sempre la provenienza, anche per il pesce processato. In qualsiasi caso, poiché il pesce è uno degli alimenti più suscettibili alla frode alimentare, è essenziale mantenere un controllo accurato su tutta la filiera. Proprio per questo motivo, MSC affianca allo Standard per la pesca un rigido Standard per la catena di custodia, che garantisce che il pesce con il marchio MSC sia stato pescato in modo sostenibile”. Tra le migliori zone FAO di pesca, troviamo la zona FAO 37 (Mar Mediterraneo e il Mar Nero) e le zone FAO 21 e 27 (Atlantico nord-occidentale e nord-orientale): si tratta di zone che annoverano una ricchezza e una varietà di specie ittiche importanti, molti delle quali sono specie rinomate per le proprietà nutritive.

Oltre a scegliere la zona FAO, è importante considerare altri fattori per un acquisto consapevole del pesce:

  • Stagionalità: Preferire pesce di stagione per sostenere la pesca sostenibile e gustare un prodotto più fresco e saporito.
  • Metodo di pesca: Privilegiare metodi a basso impatto ambientale, come la pesca con lenza o le reti a strascico selettive.
  • Etichetta: Controllare l’etichetta per verificarne la provenienza, il metodo di pesca e la data di cattura.
  • Acquisto responsabile: Scegliere pescherie che si approvvigionano da fonti certificate e che promuovono la pesca sostenibile.





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