“Nicolò quando è nato era grande quanto la mia mano”, la storia di Jessica mamma di un bimbo prematuro



9 Luglio 2024



7:00

Jessica Cantu ha scritto a Fanpage.it per raccontare la sua esperienza di mamma di un bimbo prematuro, nato a sole 25 settimane di gravidanza, tanto piccolo da stare nella sua mano. Lei ha provato a lungo un forte senso di colpa, pensando che quel bambino fosse nato prima a causa sua.

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Jessica Cantu quando è rimasta incinta non se ne è accorta subito. Seppure quel bimbo lei e il suo compagno lo desiderassero tantissimo, per due mesi ha creduto che semplicemente il suo ciclo fosse irregolare.

Il piccolo Nicolò, che portava in grembo, altrettanto inaspettatamente è venuto al mondo, a sole 25 settimane di gravidanza, facendo preoccupare la sua mamma che quando ha iniziato a sentire quei forti dolori si trovava in sala da ballo, a provare una coreografia.

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La corsa in ospedale, il farmaco per ritardare le contrazioni che stavano affaticando troppo presto il corpo di Jessica e lo shock anafilattico che per un attimo ha fatto temere i dottori che né lei, né il bimbo ce l’avrebbero fatta.

Jessica dopo quel parto così brusco, è stata assalita per mesi da un enorme senso di colpa, che la sera nel buio di camera sua a volte torna a farsi sentire: “E se non avessi continuato a lavorare? Se avessi messo da parte la danza fin da subito forse le cose non sarebbero andate così“.

Nicolò risponde a tutti questi interrogativi con la sua straordinaria voglia di vivere, che lo porta a crescere a vista d’occhio, inarrestabile e desideroso di esplorare tutto ciò che la vita ha in serbo per lui.

Come hai scoperto la gravidanza?

Io e il mio compagno abbiamo deciso di iniziare a cercare un bambino, ma non in maniera ossessiva, ci sentivamo pronti ma ci siamo detti che se fosse arrivato subito saremmo stati molto contenti, se avesse tardato lo avremmo semplicemente aspettato.

nicolò tin

Poi sono rimasta incinta ma non me ne sono accorta subito, perché ho sempre avuto il ciclo molto irregolare. Fino a che il 23 luglio abbiamo scoperto di aspettare Nicolò, di cui ero già incinta da 2 mesi.

Come avete accolto la notizia?

Eravamo entrambi molto contenti, sentivamo fosse la gioia più grande della nostra vita.

Però dentro di me aleggiava un po’ di preoccupazione riguardo i miei impegni futuri, io lavoro nel mondo del fitness e della danza e se Nicolò fosse nato a termine, sarebbe venuto al mondo proprio in un momento in cui sarei stata piena di spettacoli, saggi ed eventi.

Come hai vissuto poi la gravidanza?

È stata fin da subito un po’ preoccupante, facendo il test del DNA fetale al bimbo, mi hanno detto che era affetto da trisomia 13, una patologia potenzialmente mortale.

I medici mi hanno subito detto che il bimbo sarebbe potuto morire all’istante nel pancione o trascorsi i primi 6 mesi di gravidanza.

nicolò cantu

Poi ho approfondito la situazione facendo alcuni esami con il mio ginecologo che mi hanno permesso di escludere questa trisomia, che alla fine è risultata essere un mosaicismo placentare.

Quanto è durata la gravidanza?

La gravidanza è durata 25 settimane e due giorni, e io sono sempre stata benissimo, ho sempre fatto attività fisica. Ero a fare lezione di danza fino al giorno che, non potevo nemmeno immaginare, sarebbe stato quello del parto.

Come hai capito che Nicolò stava per nascere?

L’ho capito una volta in ospedale, dove sono andata per quello che credevo essere un semplice controllo, dovuto al fatto che quel giorno non mi sentivo tanto bene e avvertivo dolori e contrazioni che pensavo fossero legate ai movimenti del mio bimbo.

I medici però mi hanno subito detto che ero dilatata di 5 cm, e che le contrazioni che provavo erano causate da un batterio che si trovava nella placenta.

nicolò tin

Ricordo ancora le parole del medico: “Oggi Nicolò nasce, o con parto cesareo o naturale”. A questo punto mi hanno fatto un’iniezione di indometacina, che è un farmaco per bloccare le contrazioni. Io però, a causa del farmaco sono andata in shock anafilattico e stavo per morire, insieme al mio bimbo.

A questo punto mi hanno fatto un cesareo d’urgenza.

E tu eri pronta?

Assolutamente no, ero agitatissima. Mi documentavo da tempo e mi era chiarissimo che un bimbo che nasce a 25 settimane rischia la vita. C’erano poche chance che andasse tutto liscio.

E cosa ti ricordi del parto?

Io ricordo che la dottoressa continuava a dirmi di spingere, mentre l’anestesista le diceva che dovevo subito andare in sala parto. In generale ho dei ricordi confusi, so che ad un certo punto mi hanno fatta chinare per fare l’anestesia spinale. Poi è nato il mio bambino, che però sul momento non ho visto.

Come è stato quel momento?

Molto traumatizzante per me, ricordo che continuavo a toccarmi la pancia dicendo “Ma no, non è possibile, non può essere nato”.

Dopo un’ora dal parto, quando il bimbo era già stato rianimato e intubato, me lo hanno fatto vedere molto velocemente perché poi era in condizioni gravi e lo hanno portato in terapia intensiva neonatale.

Quando lo hai potuto rivedere in tin?

Io l’ho visto già il giorno dopo, perché ero ricoverata a causa del batterio che avevo preso, ma i dottori sono stati da subito chiarissimi con me e mio marito, ci hanno detto “Diamo a Nicolò 24 ore, ma voi preparatevi a tutto, anche ad una chiamata che vi riferisca che il vostro bimbo non c’è più”.

Cosa avete pensato in quel momento?

Avevamo paura, per me, che ero stata malissimo e per il bambino. Sapevamo che sebbene la scienza stia facendo passi da gigante, ogni bimbo è a sé.

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Io tuttavia non ho mai perso la speranza, ma perché ho sempre guardato alla vita con grande positività, dovevamo andare per forza avanti giorno per giorno.

Come trascorrevate la vostre giornate in TIN?

Noi siamo stati 105 giorni in terapia intensiva neonatale e in quel lasso di tempo Nicolò per due mesi e mezzo è sempre stato intubato nella sua incubatrice e io e il papà potevamo solo fargli fare la marsupio terapia.

Potevamo tenere il bimbo sul nostro petto per 4 ore al giorno ciascuno.

E come è stato prendere il bimbo in braccio la prima volta?

Io ero terrorizzata, perché Nicolò era in vita grazie a tutti quei tubicini, e pensavo continuamente che anche un lieve movimento di un mio muscolo avrebbe potuto togliergli l’autonomia che una di quelle macchine gli garantiva.

All’inizio era grande come una mano, appena 30 cm e noi lo tenevamo sul petto completamente immobilizzati.

Com’è stato tornare a casa senza il tuo bimbo?

All’inizio avevo il terrore di ricevere una chiamata che mi dicesse che Nicolò non ce l’aveva fatta, anche se passavano i giorni e lui faceva progressi.

Proprio per questo, nonostante in terapia intensiva neonatale a Monza si possa rimanere a dormire nella struttura se si ha un bimbo ricoverato in tin, io ho deciso di tornare a casa, perché il suono delle macchine che facevano rumore di continuo, le corse degli infermieri mi spaventavano e io preferivo stare a casa con il mio compagno, per tornare alle 8.00 del mattino e rimanere lì tutto il giorno.

Quello che hai vissuto ha cambiato la tua idea di maternità e genitorialità?

Sì, mi sarei aspettata una situazione del tutto diversa, non ero pronta né fisicamente, né psicologicamente ad un parto del genere.

Quando i medici mi hanno detto che Nicolò doveva nascere, ho pensato che non fosse possibile perché non avevo preparato nulla per lui e non ero preparata io.

Tuttavia stare in perenne contatto con infermieri e dottori è stato come seguire un corso per sopravvivere ai primi giorno dopo il parto, ho imparato molto lì.

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Com’era essere lì con altri genitori che stavano vivendo la vostra stessa situazione o una situazione simile? 

Le situazioni che ho visto lì erano tutte gravissime, perciò è stato fisiologico per tutti noi genitori unirci, ricordo che pranzavamo insieme, che io cercavo sempre di infondere positività e di fare in modo che per qualche attimo riuscissimo a pensare ad altro.

Quando Nicolò è uscito dalla tin, come è stato riportarlo a casa?

È stato bellissimo l’affetto che amici e parenti ci hanno dimostrato perché dei nostri amici ci hanno fatto trovare dei palloncini fuori casa ed erano tutti così emozionati.

Però noi a dire il vero eravamo molto preoccupati, fino a quel momento, dalla nascita del nostro bimbo perché eravamo sempre stati a stretto contatto con gli infermieri e ora ci trovavamo ad essere soli. Devo dire che però, nonostante le nostre ansie, Nicolò è stato bravissimo, ha preso i ritmi della tin e li sta mantenendo.

Ti sei mai sentita impotente nei confronti di Nicolò?

Sì, mi sono sentita così per i primi 3 mesi di vita di mio figlio, periodo in cui la sua salute era nelle mani di medici e infermieri. È dura per una mamma decidere di affidare il proprio bambino ad altri, per quanto siano persone formate e fidate.

Come sta il tuo bimbo ora?

Sta crescendo molto bene, abbiamo visite e controlli continui a causa della sua prematurità ma le stiamo superando tutte benissimo. Mangia e cresce bene.

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Come è stata la relazione con il tuo compagno in quei mesi di attesa?

Ci siamo uniti ancora di più in realtà, proprio grazie alla condivisione di gioie, dolori e preoccupazioni.

Alcune mamme raccontano di sentirsi colpevoli dopo la nascita pre termine del loro bambino, tu ti sei mai colpevolizzata?

Sì, io mi sono sentita davvero molto in colpa, perché non ho trascorso il tempo della gravidanza a riposo, anzi, ho sempre lavorato, non ho mai smesso di allenarmi, ancora oggi ci penso e mi dico “Certo che se non avessi lavorato quel giorno, Nicolò sarebbe arrivato a termine e non sarebbe stato tutti quei giorni in terapia intensiva neonatale“.

Viverlo tutti i giorni calma questo senso di colpa?

Sì, lo guardo stare bene e sono felice, non nego che a volte quando sono nel letto da sola ci ripenso e mi dico che sarebbe potuto andare diversamente, ma la sua gioia è la mia cura.



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