Addio Gol, le Regioni: “Target Pnrr sulla formazione già fuori portata”. Invece di rinegoziare il governo si è fatto prestare più soldi dalla Ue


Gol, anzi no, fuori gioco. Il rilancio dell’occupazione finanziato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sembra ormai una partita persa, col rischio di dover restituire all’Europa i miliardi già spesi a meno di non ottenere una proroga che conceda più tempo per raggiungere quelli che ad oggi sono “obiettivi impossibili“. A definirli così sono le Regioni, che ieri hanno incontrato il ministero del Lavoro per fare il punto sul programma Garanzia di occupabilità dei lavoratori, Gol. A un anno e mezzo dalla conclusione del programma c’è chi definisce la situazione “disperata“, tra Regioni dove i corsi di formazione non sono nemmeno partiti e altre, soprattutto al Sud, in ritardo addirittura sulla rendicontazione. Ma al netto degli ostacoli strutturali di alcune Regioni, il problema sta negli obiettivi, quello sulla formazione in particolare: disegnato male e mai rinegoziato nonostante il mercato del lavoro desse segni di ripresa che hanno ridotto la platea potenziale del programma Gol. Al contrario, dall’insediamento del nuovo governo si è perso un altro anno e mezzo. Anzi, peggio. Invece di andare in Europa a ridimensionare i target siamo riusciti a farci dare un miliardo in più.

Con 5 miliardi di euro stanziati dall’Europa, Gol nasce nel 2021. Tre milioni di persone da iscrivere, di cui 800mila da inserire nella formazione professionale, è l’obiettivo da centrare entro il 2025. Manco a dirlo, non si parte prima del luglio 2022 e solo nelle Regioni virtuose, riducendo a tre anni e mezzo un percorso che doveva essere quinquennale. Ma i nodi, quelli sì, vengono presto al pettine. La platea di disoccupati ipotizzata nel 2021, ancora in piena pandemia, viene ridimensionata dalla ripresa del mercato del lavoro. In altre parole, i target di Gol sono sovradimensionati. A dimostrarlo sarà l’alto tasso di abbandono dei percorsi di formazione registrato da alcune regioni del Nord. O peggio, la difficoltà ad “agganciare le persone”. Insediato da pochi mesi, il governo Meloni non rinuncia a festeggiare i dati sull’occupazione. Degli effetti su Gol, invece, nessuno si preoccupa. Anche perché la ministra del Lavoro Marina Calderone è impegnata a dare segnali di discontinuità, tanto da avviare la dismissione dell’Agenzia nazionale delle politiche attive del lavoro (Anpal) nel bel mezzo di un programma che vale miliardi e facendo sparire anche il monitoraggio su Gol che Anpal produceva ogni trimestre. Nel frattempo si travasano ruoli e incarichi in una nuova direzione generale interna al ministero. “Il 2023 ce lo siamo bruciato senza correre ai ripari e continuando a incassare le tranche del Pnrr“, ragiona col Fatto una funzionaria regionale che chiede l’anonimato.

Ma non è finita. Alla luce degli ambiziosi target stabiliti per Gol, per i corsi di formazione più lunghi e corposi il Pnrr non basta a coprire i costi. Perché se decidi, come fa l’Italia, di finanziare le politiche attive unicamente attraverso fondi Ue, devi sottostare ai vincoli della rendicontazione e ai relativi costi standard. Così, invece di ridimensionare i target, l’anno scorso il governo rilancia chiedendo di utilizzare il Fondo sociale europeo. Ma la Commissione europea è contraria a sovrapporre i finanziamenti. E quando se ne esce proponendo di aumentare i fondi del Pnrr di un altro miliardo, il governo italiano non ha nulla da obiettare. Eppure di ragioni per fare un passo indietro ce ne sono tante. I livelli essenziali delle prestazioni (Lep) dei servizi all’impiego, che proprio grazie a Gol e Pnrr, e sotto il controllo di Anpal, avrebbero dovuto raggiungere uno standard nazionale, mostrano per l’ennesima volta un’Italia a macchia di leopardo, con differenze importanti tra regione e regione, tra chi è partito e chi è ancora ai blocchi di partenza. Ma soprattutto con un governo centrale incapace di monitorare e quindi di intervenire grazie ai poteri sostitutivi previsti dalla Costituzione. Un altro target di Gol dice che entro il 2025 almeno l’80% dei centri per l’impiego in ogni regione dovrà essere in grado di garantire lo stesso standard di servizi essenziali. Ad oggi è impossibile sapere con certezza chi eroga cosa e come. Altro che autonomia differenziata.

Così arriviamo al 2024, a un anno dalle scadenze, che ancora si discute della definizione di “beneficiario Gol” e delle regole per la rendicontazione dei risultati. A dir poco scarsi: a marzo meno di un milione di persone aveva un percorso di politica attiva, a fronte dei tre milioni indicati nel target. Mentre quelle che risultano iscritte ai corsi di formazione sono 194mila, ma meno della metà ne ha già concluso uno. Solo pochi mesi fa alcune regioni stavano ancora a zero. Come stanno oggi le cose è impossibile saperlo, nuovi aggiornamenti sui numeri non esistono. “Ci sono Regioni che ancora non rendicontano”, ha lamentato la Toscana nel suo ruolo di coordinatore. Si sa che in Emilia Romagna la ripresa del mercato ha portato al 45% il tasso di abbandono dei percorsi Gol. “Non è che possiamo chiedere di non accettare il lavoro per portare a termine la formazione”, commentano gli addetti ai lavori. In Sicilia, invece, gli enti di formazione accreditati ancora attendono che sia validata la loro offerta formativa, con buona pace dei tanti “occupabili”, orfani del Reddito di cittadinanza ai quali il governo ha promesso formazione e opportunità. Non c’è da stupirsi se i funzionari della Puglia che hanno preso parte alla riunione di mercoledì 10 luglio parlano di “situazione è disperata“. Nessuna Regione crede ormai che l’obiettivo degli 800 mila disoccupati in formazione sia raggiungibile. “Come dovremmo fare in un solo anno e mezzo quello che non abbiamo fatto in tutti quelli passati”, domanda più d’uno a margine dell’incontro.

Nemmeno truccare le carte è servito a molto. In una precedente riunione, ha ricordato qualcuno nell’incontro di ieri al quale hanno preso parte circa 90 tra tecnici e funzionari, il ministero aveva invitato le regioni ad essere “creative, a inventarsi qualche soluzione da proporre all’unità di missione del Pnrr“. Nella stessa ottica si è pensato di consentire la formazione anche alle persone inserite nel cosiddetto cluster uno, il primo di quattro gruppi in cui vengono divisi gli iscritti a Gol e in particolare quello dei cosiddetti work ready, le persone considerate pronte per trovare lavoro. Allo stesso modo si è deciso di conteggiare anche i tirocini extracurricolari, a patto che ci sia l’attestazione delle competenze acquisite. Una soluzione all’italiana, purché sia. Ancora nella riunione di ieri si è ragionato di “implementare la formazione a distanza, di coinvolgere anche chi un lavoro ce l’ha“. Ma si è anche domandato, e per fortuna, se tutto questo sia etico. Perché se la formazione che offri alle persone non serve a garantire uno sbocco lavorativo, ma solo a nutrire di numeri la burocrazia, tutto perde di senso. Col problema che i fondi già spesi non sono quelli dei soliti fondi europei, dove al limite restituisci ciò che non hai speso. Quelli dei Pnrr sono legati ai target, e se non li raggiungi devi restituire l’intera somma. Per evitare il peggio il governo dovrà negoziare con la Commissione europea una proroga di almeno un anno, se non più.

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