Parolin: “Fermare l’invio di armi in Ucraina? Serve che Mosca e Kiev dialoghino per la pace senza condizioni”

La conferenza di Svizzera per la pace in Ucraina “è stata una cosa utile, certo aveva il limite che è stato rilevato da molti degli oratori di non avere la presenza della Russia. La pace si fa sempre insieme”. Così il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, a margine dell’evento ‘Colloqui per la pace’ a Palazzo Madama. “Ho sentito, e questo mi è piaciuto, da parte di molti: ‘noi non siamo in guerra con la Russia, ma siamo qui per cercare una via di pace tra Russia e Ucraina’. È una pace, soprattutto, come ho ricordato, con questo aggettivo ‘giusta’ che si fonda sui principi del diritto internazionale e alla stretta adesione alla Carta dell’Onu”. Sugli appelli inascoltati del Papa per fermare lo stop della proliferazione delle armi “ci sono grandi interessi economici in gioco. Quando sono quelli i criteri che guidano anche le persone e che guidano i gruppi e i governi, è logico che il Papa può giustamente invocare uno stop alla proliferazione delle armi ma certamente questo appello non sarà ascoltato. Comunque – spiega Parolin – il Papa è coraggioso perché continua ad insistere, questo è un tema su cui batte e ribatte e speriamo che un po’ alla volta riesca a fare breccia. Poi c’è il discorso che ci si arma perché non c’è fiducia nel vicino”. Poi Parolin, in merito alle forze politiche che si interrogano se debbano continuare a mandare armi in Ucraina e se questo rallenti o no il processo di pace, ha detto: “Dico che l’unica maniera per risolvere questo problema è mettersi insieme e cominciare a parlarsi senza condizioni. Allora in quel momento si potrà fermare anche l’invio delle armi. Secondo me c’è un passo precedente che è proprio quello di riuscire ad avviare negoziati tra le due parti anche magari in forma discreta e riservata. Ma che le due parti comincino a parlarsi”. Quindi anche Putin è invitato al tavolo? “Certamente. La pace si fa tra loro due, altrimenti se non c’è uno dei due non c’è la pace”.

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Regeni, la denuncia di Colaiocco: “Testimoni minacciati per non farli venire in Italia”. Ballerini: “Chi parla di collaborazione dell’Egitto mente”

Dopo i continui depistaggi e l’ostruzionismo portato avanti dal regime egiziano di Al Sisi, fin dai primi tentativi di accertare la verità sul sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, ora dal Cairo si registra un nuovo tentativo di frenare e stoppare il processo in corso in Italia. Imputati sono i quattro 007 egiziani: Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati del reato di sequestro di persona pluriaggravato (mentre al solo Sharif sono contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e di concorso in omicidio aggravato, ndr).

Nei giorni scorsi, come ha raccontato il pm Sergio Colaiocco nel corso dell’udienza prevista nell’Aula bunker di Rebibbia, è emerso come la Farnesina abbia trasmesso ai pm di Roma una nota della Procura Generale del Cairo in cui si afferma che è “impossibile eseguire le richieste di assistenza giudiziaria” per fare ascoltare quattro testimoni egiziani nel processo. Per l’udienza di oggi era stato infatti lo stesso procuratore aggiunto, Sergio Colaiocco, a citare in particolare il sindacalista Said Abdallah, la coordinatrice del Centro per i diritti economici e sociali, Hoda Kamel Hussein, e Rabab Ai-Mahdi, la tutor di Regeni al Cairo, oltre a un teste ‘zeta’ (nome secretato, per ragioni di sicurezza, ndr). Invano, di fronte al nuovo rifiuto del Cairo. La Procura capitolina ha così chiesto alla Corte d’Assise di potere acquisire le testimonianze dei testi “assenti” raccolte nel corso delle indagini.

“Siamo in presenza di persone che non hanno scelto liberamente di non essere qui. Le abbiamo tentate tutte per portare i testimoni. Alcuni hanno riferito di essere stati minacciati e di temere per la propria vita e dei propri familiari”, ha spiegato davanti alla Corte d’Assise Colaiocco. Parlando di un altro ‘fine’, di carattere ‘strumentale’ portato avanti dal Cairo. Ovvero, quello di “bloccare il processo, tentare di impedire che si possano acquisire tutti gli elementi raccolti per pervenire a un esame il più possibile completo della responsabilità dei quattro imputati”.

Nei fatti, un nuovo schiaffo anche a chi, governi italiani compresi, nel corso degli anni fino a oggi ha continuato a parlare di ‘collaborazione’ da parte del Cairo, normalizzando in maniera sempre più evidente i rapporti commerciali, economici e di collaborazione con il regime di Al Sisi. Secondo la legale dei genitori di Giulio Regeni, Alessandra Ballerini, “nonostante tutto l’impegno profuso dalla procura e nonostante le richieste formali che sono state poste in essere dalla Farnesina, è innegabile l’ostruzionismo egiziano che pare a questo punto insormontabile”. E ancora: “Un ostruzionismo che anche per le argomentazioni che abbiamo sentito dal pubblico ministero, è del tutto illegittimo. Quindi il problema è l’ostruzionismo egiziano”. Certo, ha aggiunto, rispetto a chi ha rivendicato negli anni una presunta cooperazione con le autorità del Cairo, “è chiaro che non c’è collaborazione. Chi parla di collaborazione mente“. Parole, quelle su una presunta cooperazione in realtà sempre smentita dai fatti, più volte evocate anche dal governo Meloni, Farnesina compresa.

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Ok del Senato, il ddl cybersicurezza è legge: contro gli hacker misure a costo zero. E c’è la norma per far “spiare” le indagini dal governo

Diventa legge con l’ok del Senato (ottanta sì, tre no e 57 astenuti) il ddl sulla cybersicurezza, presentato a febbraio dal governo e già approvato dalla Camera a maggio. A favore tutto il centrodestra, mentre si sono astenuti Pd, Movimento 5 stelle e Italia viva e l’Alleanza Verdi e Sinistra ha votato contro. Il testo prevede un rafforzamento degli obblighi di sicurezza della pubblica amministrazione contro gli attacchi hacker e un innalzamento delle pene per i reati informatici, il tutto però senza nuovi oneri finanziari per lo Stato. E proprio su questa clausola attaccano le opposizioni: “La cybersicurezza è una forma di difesa essenziale che non può essere affrontata a costo zero. Senza i fondi necessari per promuovere l’uso responsabile dei dispositivi digitali, questo provvedimento rischia di essere solo un elenco d’intenti che possono compromettere gravemente la nostra sicurezza informatica”, ha detto in Aula la senatrice rossoverde Ilaria Cucchi. Lo stesso concetto è stato sottolineato dal 5 stelle Roberto Scarpinato, ex pm antimafia: “Questo ddl è destinato a restare una legge manifesto, perché la clausola di invarianza finanziaria priva i soggetti onerati e obbligati delle risorse minimali – personale qualificato, attrezzature, fondi – per assolvere i nuovi delicati e complessi compiti affidati”, ha denunciato (video). Anche per Walter Verini del Pd la legge è “l’ennesimo provvedimento bandiera: evidenzia i problemi e qualche possibile soluzione, ma rischia di rimanere solo un elenco di misure”.

Nel corso dell’esame alla Camera, poi, è stato approvato un emendamento di Enrico Costa – responsabile Giustizia di Azione – che rischia di trasformarsi in un cavallo di Troia per consentire al governo di controllare le indagini in corso. Si prevede, infatti, che gli ispettori ministeriali, nell’ambito delle verifiche periodiche presso gli uffici giudiziari, debbano controllare anche “il rispetto delle prescrizioni di sicurezza negli accessi alle banche dati in uso”, verificando quindi anche quali accessi siano stati fatti. La novità, ha denunciato il deputato M5s Federico Cafiero de Raho, rischia di causare “un allargamento dell’intervento del ministro della Giustizia sui contenuti dell’attività investigativa”; in Aula al Senato anche la dem Anna Rossomando ha sottolineato che il Guardasigilli “potrà esercitare un potere delicatissimo, entrando direttamente nella segretezza delle indagini in corso”. Respinti, invece, tutti gli altri emendamenti di stampo “garantista” presentati da Costa, che prevedevano, tra le altre cose, il carcere fino a tre anni per chi diffonde informazioni provenienti da accessi abusivi a sistemi informatici, multe fino a ventimila euro per i cronisti che pubblicano intercettazioni citate nelle ordinanze di custodia cautelare e l’estensione del segreto investigativo anche agli atti già conosciuti dalle parti.

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Regeni, mostrato in Aula il video della “trappola” al ricercatore. La legale della famiglia: “Il sindacalista lì per tradirlo e consegnarlo agli 007”

“Io sono in Egitto solo per la ricerca, non decido sui soldi“. Queste le parole di Giulio Regeni, pronunciate nel corso di un incontro del 7 gennaio 2016 con il rappresentante del sindacato degli ambulanti del Cairo, Said Abdallah, che con una telecamera nascosta nella camicia aveva ripreso il dialogo con il ricercatore friulano, su richiesta degli 007 del Cairo della National Security, il tutto all’insaputa dello stesso Regeni.

Oggi quel video, integrale, è stato mostrato nell’aula bunker di Rebibbia, nel corso del processo a carico dei quattro 007 egiziani: Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati del reato di sequestro di persona pluriaggravato (mentre al solo Sharif sono contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e di concorso in omicidio aggravato, ndr).

Il lungometraggio mostra i contatti frequenti tra lo stesso Abdallah e gli agenti della National Security prima e dopo l’incontro con Regeni. Al centro del dialogo tra il sindacalista e lo studioso dell’università di Cambridge c’è il progetto da 10mila sterline finanziato dalla fondazione britannica Antipode e che era stato individuato da Giulio. “Cosa sarebbe questa proposta?”, interroga Abdallah, spiegando di non capire di cosa si tratti: “L’unica cosa che capisco è che ci sono 10 mila sterline. Bisogna stare attenti per non finire in galera”, spiega. Regeni risponde che i soldi devono essere “investiti in qualche progetto, qualsiasi progetto non governativo, ma affidato ai privati”. “Chiedi i soldi, perché mia figlia è malata, mia moglie deve subire un intervento chirurgico, cancro”, rivendica Abdallah. Ma Regeni è irremovibile e spiega: “Non posso usare questi soldi per situazioni private, sono soldi di un’istituzione britannica. Non sono soldi di Giulio. Non ho nessuna autorità in merito”. E, di fronte alle insistenze dello stesso sindacalista, ripete più volte di non decidere sui soldi e di non avere alcun interesse personale: “Sono in Egitto solo per la ricerca. Anche per la Gran Bretagna l’importante è che sia realizzato il progetto, io personalmente non voglio null’altro”, ripete Regeni.

Dopo l’incontro, nel video Abdallah chiama il colonnello Kamel, uno degli 007 imputati nel processo, chiedendo assistenza su come spegnere la microcamera nascosta, senza rischiare di cancellare tutto. ”Ho parlato con il ragazzo, ho paura che il video potrebbe cancellarsi. Ditemi cosa devo fare. Vengo da voi”. È la prova del ‘tradimento’. “Questo video ci dice tantissime cose: ci dice che Abdallah era un agente provocatore, che ha provato a far cadere Giulio in continui tranelli. Ci dice la purezza di Giulio e anche del suo lato accademico. Ci dice in fondo una assoluta incomunicabilità tra i due, non solo perché parlano due lingue diverse. Abdallah voleva incastrare Giulio e consegnarlo alla National Security“, ha spiegato Alessandra Ballerini, legale della famiglia che, infine, ha voluto ringraziare Pif e Stefano Accorsi che hanno doppiato, con le loro voci, le parole nel video dell’incontro tra Regeni e il sindacalista egiziano che lo attirò in trappola.

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Calciomercato Juve, Thiago Motta vuole segnali da Giuntoli prima del ritiro: Douglas Luiz, Rabiot e il centrocampo che non c’è

Se c’è un tema caro a Thiago Motta, quello è il centrocampo. Non è questione di continuità di ruolo, rispetto a quello che è stato il suo passato da giocatore (che influisce), ma perché è il reparto su cui da sempre il nuovo allenatore della Juventus è intervenuto di più. Chi ha più lunga memoria ricorderà il 2-7-2 (con il portiere che si spostava a centrocampo) proposto quando guidava le giovanili del Psg. Non era una provocazione, ma un’idea. Che ha avuto una sua evoluzione. Ma che centrocampo gli metterà a disposizione Giuntoli? È il grosso interrogativo, viste le situazioni tutt’altro che semplici che riguardano Douglas Luiz, Rabiot e non solo.

Rabiot e il rinnovo del contratto – Le novità più fresche riguardano il centrocampista francese, il cui contratto scadrà il prossimo 30 giugno dopo il prolungamento annuale firmato la scorsa stagione. Resterà o no? Fosse per Motta, non ci sarebbero dubbi: sì. E allo stesso francese la prospettiva non dispiace, ma l’accordo economico ancora non c’è, la Premier continua a guardare con interesse (c’è di nuovo il Manchester United) e l’intenzione è quella di ottenere un adeguamento importante rispetto ai 7 milioni netti già percepiti. E dal ritiro della sua nazionale, le parole non sono state confortanti: “Pensavo che la questione del mio rinnovo sarebbe stata risolta prima dell’Europeo, perché erano in programma incontri con il club a fine campionato. Non si sono tenuti subito e io sono dovuto partire velocemente” ha dichiarato. Per poi aggiungere: “Comunque ci sono delle persone che lavorano per me, quello che vorrei lo tengo per me non ne parlo certo qui ma non sono affatto preoccupato per il mio futuro“. Anche perché le parole sull’allenatore, per quanto positive, non rassicurano: “Motta? È un allenatore eccezionale che ha fatto grandi cose: lo conosco molto bene, ho giocato diversi anni con lui (a Parigi, ndr). Lui ha la sua carriera da proseguire, io la mia. Vedremo… Ma la Juve ha fatto la scelta giusta”. Lui forse non è preoccupato, la Juve un po’ di più, perché con l’Europeo di mezzo le concorrenti non potranno che aumentare.

La trattativa per Douglas Luiz – Di certo, Rabiot o non Rabiot, Motta ha bisogno di centrocampisti che sappiano inserirsi. Di qui la trattativa con Koopmeiners, ma al momento la valutazione dell’Atalanta è troppo alta; di qui, soprattutto, il discorso per Douglas Luiz dell’Aston Villa. Con il brasiliano è tutto sistemato. Tra i club, pure. Cosa manca? L’ok di McKennie al passaggio in Premier: non c’è l’accordo, e c’è stata anche la paura che la trattativa saltasse. E pensare che Giuntoli era riuscito nell’impresa di accordarsi per “solo” 18 milioni di euro, aggiungendo il cartellino dell’americano e quello di Iling, considerati fuori dal progetto tecnico. La soluzione? Niente McKennie ma Barrenechea in Inghilterra, un profilo che ha trovato gradimento. Ora si dovranno capire le tempistiche. Occorrerà aspettare, come per il cambio in porta che vedrebbe Di Gregorio in entrata e Szczesny in uscita verso l’Al-Nassr di Cristiano Ronaldo: in questo caso, si tratta solo di tempistiche burocratiche. Nessuno più pensa che l’operazione non si farà. Tempo a disposizione ancora c’è, ma il focus è molto chiaro. Con Motta che aspetta segnali prima del ritiro in programma per il 10 luglio alla Continassa. Dove la curiosità sarà molta. E le aspettative, pure.

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Armi all’Ucraina, le divisioni nella maggioranza. Romeo (Lega): “Va coinvolta la Russia”. Gasparri (FI): “Oggi non ci sono le condizioni”

In Senato, al Convegno organizzato dall’associazione ‘Avvocati in missione’, al quale ha partecipato anche il segretario di Stato Vaticano, il Cardinale Parolin, capogruppo e senatori dei partiti presenti in Parlamento si dividono sulla guerra tra Russia ed Ucraina. Per il capogruppo del Movimento 5 Stelle, Stefano Patuanelli, per superare il conflitto “è ora che l’Occidente smetta di inviare le armi, è ora di dire basta armi”. Mentre Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega a Palazzo Madama, e il dem Graziano Delrio convergono sull’invio delle armi all’Ucraina e anche sul coinvolgere la Russia nelle trattative che portino alla fine del conflitto. Contrario su questo ultimo punto il capogruppo di Forza Italia, Maurizio Gasparri. Per l’azzurro “oggi non ci sono le condizioni” per un dialogo con Mosca. “Non si può dialogare con la Russia mentre questi tirano le bombe”, spiega.

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Nomine Ue, Meloni all’attacco: “Surreale fare i nomi senza guardare all’esito del voto. L’Italia ha diritto a un ruolo di massimo rango”

Proporre nomine alle cariche di verticei top jobs – dell’Unione europea senza guardare all’esito delle elezioni è “surreale“. Inseguire la sinistra, per il Partito popolare, potrebbe essere “fatale“. E l’Italia ha diritto a un “ruolo di massimo rango” nella futura Commissione. Giorgia Meloni, esclusa in modo plateale dalle riunioni dei negoziatori a Bruxelles, ha atteso un paio di giorni prima di parlare. Ha atteso soprattutto che il suo gruppo, quello dei Conservatori e riformisti, diventasse il terzo più numeroso dell’Europarlamento sopra i liberali di Renew Europe, grazie a un manipolo di nuovi ingressi. Ed è andata all’attacco: “Ho trovato surreale che alcuni siano arrivati coi nomi senza neanche tentare prima una riflessione su quale fosse l’indicazione dei cittadini”, ha incalzato la premier parlando alla festa dei cinquant’anni de Il Giornale. Il terzetto proposto da popolari, socialisti e liberali prevede Ursula von der Leyen confermata alla presidenza della Commissione, l’ex premier portoghese António Costa al Consiglio europeo (in quota socialisti) e l’estone Kaja Kallas come Alto rappresentante per la politica estera (per Renew). Meloni non è contraria tanto ai nomi, quanto al metodo: l’Italia, per lei, ha diritto a un posto in prima fila perché il suo partito, Fratelli d’Italia, è tra le poche forze di governo uscite rafforzate dal voto. L’obiettivo della premier quindi è incassare una delega di peso tra le 26 poltrone della Commissione in cambio del voto favorevole dei suoi europarlamentari al bis di von der Leyen, senza però entrare in maggioranza.

Né la presidente della Commissione uscente né il Ppe hanno intenzione di non accontentare Meloni. Nei Popolari, tuttavia, si assiste ad una sotterranea frattura tra chi guarda a destra e chi invece, come il premier polacco Donald Tusk, non vuole aprire le porte a formazioni considerate estremiste, tra cui Fratelli d’Italia. Anche per questo nel gruppo c’è chi auspica una mossa della stessa Meloni che la porti ad allontanarsi dal partito polacco del Pis guidato da Mateusz Morawiecki (predecessore e arci-nemico di Tusk in Polonia) e a scaricare definitivamente l’ungherese Viktor Orbán. Lunedì a Bruxelles, però, i primi due incontri di Meloni sono stati proprio con Morawiecki e Viktor Orbán. E nel Ppe non hanno fatto salti di gioia. Socialisti, liberali e Verdi, intanto, continuano a inserire il partito della premier italiana nell’insieme delle destre da evitare.

La partita è complessa, segnata da ambiguità e non detti: il Ppe afferma con decisione di partire dalla maggioranza Ursula (con i socialisti e i liberali) che conta il 55% del totale dei seggi, ben sapendo che così von der Leyen finirebbe vittima dei franchi tiratori, che nel 2019 furono ben settanta. La Spitzenkandidatin, per avere certezza del bis, avrebbe bisogno dei voti sia dei Verdi sia dei meloniani. E questi ultimi sono i più difficili da guadagnare, come conferma anche Carlo Fidanza, uomo di fiducia di Meloni all’Eurocamera: “Non abbiamo alcuna smania di votarla. Ricordo che cinque anni fa non lo abbiamo fatto e oggi non abbiamo impegni di alcun tipo”, dice ad affaritaliani.it a proposito del bis di von der Leyen.

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Roma, studenti aggrediti dopo la manifestazione a difesa della Costituzione: gli aggressori sono militanti di Casapound

Li hanno picchiati, solo per strappargli dalle mani la bandiera della Sinistra Universitaria. Ad essere aggrediti ieri sera, mentre tornavano dalla manifestazione in difesa della Costituzione a Piazza Santi Apostoli a Roma, alcuni studenti e studentesse della Rete degli studenti medi e di Sinistra Universitaria Sapienza. La violenza si è avvenuta a Colle Oppio, una zona tradizionalmente cara anche all’estrema destra romana. Ed infatti le indagini della Digos hanno rapidamente portato ad identificare i responsabili dell’aggressione: si tratta di militanti di Casapound. Alla base del pestaggio esclusivamente il diverso orientamento politico. Già domani la Digos depositerà alla Procura un’informativa di reato a carico dei responsabili.

Mo gli rubo la bandiera“: così è cominciata l’aggressione ai quattro studenti. Erano le 20.40 quando i ragazzi, che avevano al seguito una bandiera rossa della “Rete degli studenti medi”, nel transitare nei pressi del pub “Cutty Sark“, ritrovo abituale dei militanti del movimento di estrema destra CasaPound, sono stati brutalmente aggrediti da quattro persone che si sono impadronite della loro bandiera. Uno degli aggrediti ha ripreso col proprio cellulare gli autori delle violenze mentre picchiavano gli studenti. Uno, in particolare, è stato preso a calci mentre era riverso a terra.

Il filmato è stato consegnato alla polizia e gli investigatori della Digos hanno identificato il gruppo degli aggressori, di cui uno era stato già rintracciato dagli operatori delle volanti della Questura all’interno del pub. A causa delle violenze subite i giovani hanno dovuto far ricorso alle cure mediche. I ragazzi vittime del pestaggio avevano subito parlato di “aggressione di stampo neofascista” perché a Colle Oppio è attivo “un gruppo di estrema destra di ispirazione che si riunisce e organizza abitualmente attività nella sede un tempo del Movimento sociale italiano e che ora ha legami con Gioventù Nazionale, oggetto di una recente inchiesta di Fanpage”. Ma Gioventù nazionale si è subito dissociata dai fatti dando la sua solidarietà ai ragazzi. “Ribadiamo la netta condanna a qualsiasi forma di violenza, la stessa condanna che vorremmo ci fosse nelle numerose occasioni nelle quali i nostri ragazzi vengono aggrediti, anche nelle scuole e nelle università”, sottolinea il Presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde.

Per gli studenti però l’aggressione “è la risposta alle denunce dei sindacati studenteschi dello squadrismo e fascismo” e si rivolgono “alle autorità competenti, nazionali e locali, in particolare al governo” perchè “questa aggressione è la dimostrazione che si prova a reprimere il dissenso”.Solidale con i ragazzi anche il sindaco Roberto Gualtieri: “Roma non accetta alcuna forma di violenza e se qualcuno pensa di intimidire con lo squadrismo di matrice neofascista, tipico dei deboli e dei vigliacchi, ha capito male”. Anpi e Cgil per domani hanno organizzato una manifestazione anche per esprimere “forte preoccupazione per il clima che si sta creando nel nostro Paese”

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Gaza, nove palestinesi uccisi in attesa di aiuti. Israele avanza a Rafah: 12 nuovi morti. Media: “Il valico con l’Egitto distrutto dall’esercito”

Almeno nove palestinesi sono stati uccisi in un attacco israeliano che ha colpito un gruppo di cittadini e commercianti nel sud della Striscia di Gaza, mentre aspettavano convogli di camion umanitari che trasportavano merci attraverso il valico di Kerem Shalom. Secondo Al Jazeera, le persone rimaste ferite nel raid sono come minimo trenta: le telecamere della tv panaraba hanno mostrato l’arrivo di decine di pazienti all’European Gaza Hospital vicino alla città di Khan Younis, già fortemente sovraffollato.

Allo stesso tempo ci sono 12 nuove vittime a Rafah, la città al confine meridionale della Striscia oggetto da settimane di continui attacchi israeliani: i carri armati di Tel Aviv, sostenuti da aerei e droni, mercoledì sono avanzati in profondità nei quartieri ovest. Secondo il sindaco, almeno il 70% della città è distrutta. Secondo vari media arabi, tra cui la tv Al Arabiya, il valico di Rafah con l’Egitto – controllato da Israele da inizio maggio – è stato distrutto dal lato palestinese: la sala partenze, in particolare, è stata data alle fiamme dalle forze dello Stato ebraico, rendendo il terminal inutilizzabile.

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Addio a Roberto Marchesi, morto il politologo esperto di macroeconomia e blogger de ilfattoquotidiano.it

È mancato Roberto Marchesi, politologo e giornalista, studioso di macroeconomia e blogger de ilfattoquotidiano.it dal 2013. Autore di due libri, ha vissuto per lungo tempo negli Stati Uniti; durante quel periodo si è impegnato anche politicamente, in particolare nelle problematiche dei migranti italiani all’estero.

Per i suoi scritti sul liberismo e la globalizzazione, oltre che per le attività di volontariato svolte, è stato premiato nel 2007 dal presidente Napolitano con la “Stella della Solidarietà” e nel 2021 è diventato Cavaliere della Repubblica, onorificenza di cui è stato insignito per volontà di Sergio Mattarella e della presidenza del Consiglio dei ministri.

Sul blog di questo sito si occupava di polemiche politiche e delle conseguenze dell’ultraliberismo sulla vita delle persone comuni, come gli squilibri nell’economia dei paesi industrializzati, la distruzione del welfare degli Stati più evoluti e la distanza tra i livelli di distribuzione del reddito. Nell’ultimo intervento, pubblicato lo scorso 31 maggio, mostrava preoccupazione per le riforme istituzionali del governo Meloni: “Dopo la passeggiata europea e il premierato, potrebbe non esserci più spazio per nessuno che non sia lei a Roma”.

L’area blog de ilfattoquotidiano.it, insieme alla direzione e alla redazione, ricorda Roberto per il suo prezioso contributo e partecipa al dolore della famiglia.

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