All’ultimo sbadiglio – Il Fatto Quotidiano

Chi si fosse perso l’“ambiziosa agenda” dei “riformisti del Pd” Ceccanti, Morando e Tonini su Rep di ieri in versione ridotta, può delibare quella integrale (per intenditori e collezionisti) sul sito. Ne vale la pena. I tre statisti non le mandano a dire, com’è abitudine della casa. No al “regresso verso un antagonismo identitario incoerente con la natura stessa del Pd come partito a vocazione maggioritaria” (mai vinto un’elezione da quand’è nato, ma fa niente). Altro che Schlein: qui ci vuole “il partito asse di una credibile alternativa di governo al destra-centro” e, ça va sans dire, “la contendibilità di linea politica e leadership è l’indispensabile corollario del fondativo pluralismo interno”. Per marcare l’alternativa alla Meloni, anzi al destra-centro (col trattino), bisogna inseguirla sul presidenzialismo, sennò si “contraddice una delle architravi della piattaforma” e si “trasferisce gratuitamente alla destra un patrimonio di riformismo istituzionale costitutivo dell’identità stessa del Partito”. Siccome poi le diseguaglianze esplodono e il rapporto fra gli stipendi dei dipendenti e quelli dei manager è passato in 25 anni da 1/10 a 1/100, guai a “insistere sulla priorità della redistribuzione rispetto alla crescita” (semmai l’opposto, come del resto fa già la Meloni col destra-centro). Ove mai non bastasse alle masse per tornare all’ovile, esse andranno ingolosite col “cuneo fiscale”, la “produttività del lavoro e dei fattori” (qualunque cosa significhi), “un penetrante sistema di valutazione che favorisca l’introduzione di forti discriminazioni positive a favore di chi si impegna di più e ottiene migliori risultati” (così si capisce anche penetrante dove) e altre “effettive priorità del Paese”. Leccornie succulente tipo il popolarissimo “Mes” (per non “irritare i partner europei”), il “rigoroso posizionamento euroatlantico” che tanto appassiona il popolo, “il nuovo Patto di Stabilità magistralmente impostato da Draghi” (chi non muore si rivede).


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Si attende la reazione della Schlein, anche lei nota per dire pane al pane e vino al vino a beneficio della casalinga di Voghera, a base di “nuovi ponti intergenerazionali”, “essere più terragni”, ma nella “inclusività” e nella “prospettiva intersezionale” che poi, detta più terra terra, è la “visione intersezionale che combatte qualsiasi forma di discriminazione, quelle razziste, sessiste, abiliste, omobilesbotransfobiche”, perché in soldoni “io provo a rimanere sempre in contatto con me stessa, ad ascoltarmi, a capire quando sto tirando troppo, a difendere alcuni spazi”. La Meloni cominci pure a tremare. Il Pd schleiniano e quello riformista saranno pure divisi sull’agenda, ma marciano compatti come falange macedone sull’obiettivo finale: ammazzarla di noia.

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Proni di spade – Il Fatto Quotidiano

Tre notizie vere, dunque fuori moda. 1) Il capo dei Servizi ucraini Budanov rivendica l’uccisione di “molti giornalisti propagandisti russi”: cioè la famosa “democrazia ucraina” che qualcuno vorrebbe nell’Ue e nella Nato è per sua stessa ammissione uno Stato terrorista, anche se Onu e Ue si sono scordati di inserirla nella lista. 2) Negli Usa il procuratore speciale Durham ha chiuso l’indagine sul Russiagate di Trump: l’Fbi non aveva prove per indagare su inesistenti rapporti Trump-Putin, inventati dal giro della Clinton, che andava indagata dall’Fbi ma non lo fu. È la stessa Fbi che pressò Facebook perché censurasse le inchieste su Hunter Biden, figlio di Joe (il quale aveva premuto su Poroshenko per silurare il procuratore generale ucraino che indagava sulle imprese in loco dell’esuberante rampollo). 3) Un detective del fisco Usa denuncia che, su ordine del Dipartimento di Giustizia di Biden, “l’intera squadra investigativa” è stata rimossa dall’indagine tributaria sul figlio.


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E ora una notizia falsa, dunque rilanciata dai giornaloni. Corriere: “Intercettati i missili ipersonici lanciati da Mosca”. Stampa: “Massiccio raid su Kiev: ‘Abbattuti 6 Kinzhal’”. Messaggero: “I Patriot Usa funzionano: ‘Intercettati i missili russi. I ripetuti lanci su Kiev con testate ipersoniche non superano lo scudo aereo”. Foglio: “I Patriot hanno salvato Kyiv, ecco a cosa servono le armi”. Poi purtroppo arriva la smentita. Di Mosca? No, Washington: sono i Kinzhal ad aver abbattuto i Patriot, la cui postazione “è stata danneggiata: i tecnici cercano di capire se può essere riparata sul posto o il sistema contraereo va ritirato”. Ecco a cosa servono le armi.

Purtroppo, su queste e altre notizie vere, nessuno ha potuto fare domande a Zelensky nel Lecca a Lecca vespiano di sabato: gli intervistatori li aveva scelti l’ambasciata ucraina. Daniela Ranieri ha smontato bugie, contraddizioni e omissioni delle domande e delle risposte. Perciò da tre giorni viene linciata su Twitter dai trombettieri atlantoidi che detestano lei e il Fatto perché disturbiamo le loro balle: tipo la Russia in default, i russi che si bombardano da soli a Zaporizhzhia, cavano i denti d’oro agli ucraini, spendono 21 miliardi per due gasdotti e poi li distruggono per non darci il gas (anziché chiudere il rubinetto), Putin morente e la sua “armata rotta”, decimata e sconfitta ovunque che sta per invadere l’intera Europa. Non potendo confutare una sillaba di quanto ha scritto Daniela, le rimproverano l’unica cosa che non dipende da lei: la condivisione dell’articolo su canali Telegram di propaganda russa. Poi un commentatore li termina con un micidiale missile ipersonico di Massimo Troisi: “Io sono responsabile di quello che dico, non di quello che capisci”.

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Amnesie selettive – Il Fatto Quotidiano

L’indignazione per tutto, anche a vanvera, sortisce l’effetto “Al lupo al lupo”: anziché i bersagli dello sdegno, scredita gli indignati affetti da amnesia selettiva. L’intrepido conduttore di talk show s’indigna perché la Meloni non va a confrontarsi con domande vere: ma non lo fece mai neppure Draghi, che preferiva le conferenze stampa con standing ovation modello con Kim Jong-un. I Cavalieri Gedi s’indignano perché Fazio trasloca da Rai3 al Nove con la carovana dei loro autori e ospiti fissi, ma non s’indignano con chi non gli ha rinnovato il contratto: che non è il nuovo dg Sergio, nominato lunedì; ma il predecessore Fuortes, pescato da Draghi nel laghetto del Pd. Neanche lui è stato cacciato. Aveva ancora un anno di mandato, come Zaccaria quando B. vinse nel 2001: solo che Zaccaria, alla richiesta di dimissioni anticipate, rispose picche e restò sino alla fine (l’editto bulgaro di B. è del 2002); Fuortes se n’è andato subito, spianando la strada ai nuovi padroni che ora – si spera – gliene saranno grati. Ma con lui nessuno s’indigna: è un “migliore”. I suoi pellegrinaggi a Palazzo Chigi per prendere ordini prima dai draghiani Garofoli & Funiciello e poi dai meloniani, non destavano scandalo: più comodo strillare contro Pino Insegno. O indignarsi perché il nuovo Ad lo nomina il governo, come se quelli di prima li avesse portati la cicogna: è la legge che affida al governo e non più al Parlamento l’indicazione dell’ad. E chi l’ha fatta? Il Pd di Renzi (ma anche di Franceschini, Orlando e altri fan della Schlein). Che fece ciò che neppure B. aveva osato fare: occupò tutti e tre i tg e le reti. e il “servizio pubblico” passò dalla lottizzazione alla renzizzazione.


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S’indignò qualcuno? Sì, noi del Fatto, in beata solitudine. I giornaloni erano tutti renziani e non mossero un dito quando caddero a una a una le teste di Berlinguer (cacciata dal Tg3), Gabanelli, Giannini, Giletti e Porro (cacciati dalla Rai) per lesa renzità. Ora vedremo se Meloni&C. riusciranno a fare altrettanto (peggio è impossibile) o resteranno nella lottizzazione. Ma la propaganda di destra sulla “Rai tutta di sinistra” è ridicola quanto quella del Pd e della stampa al seguito sulla “Rai tutta fascio-sovranista”. Il Pd, grazie a Draghi & Fuortes, controlla due terzi della Rai senz’aver mai vinto un’elezione in vita sua. Solo che i suoi protegé, la sera del 25 settembre, son diventati meloniani. Perciò i cittadini non s’indignano più. Anzi si indignano per l’informazione miserevole che ricevono in cambio del canone. Ultimo esempio: il sabato fascista apparecchiato per Zelensky. Venerdì il presidente ucraino era stato intervistato dal Washington Post con domande vere e si era infuriato con i giornalisti accusandoli di “stare con la Russia”. Credeva di essere in Ucraina. O in Italia.

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Editto bulgaro? Magari – Il Fatto Quotidiano

Essendone stato una causa scatenante, credo di essere titolato a parlare dell’editto bulgaro pronunciato dal premier B. il 18.4.2002 a Sofia per chiedere ai vertici Rai di cacciare Biagi, Santoro e Luttazzi, rei di avermi ospitato per parlare dei rapporti fra B. e la mafia (“uso criminoso della televisione pubblica”). Siccome i dirigenti Rai li aveva appena nominati lui, B. fu subito esaudito. E siccome possedeva (e possiede) le tre reti Mediaset e si era accordato con la Telecom di Tronchetti Provera per soffocare nella culla la neonata La7, gli epurati non trovarono un’altra tv, malgrado l’enorme seguito. Santoro fu reintegrato dal Tribunale nel 2006. Biagi tornò nel 2007, sei mesi prima di morire. Luttazzi non tornò mai, a parte il Decameron su La7, che glielo chiuse nel 2007 alla quinta puntata. Intanto, siccome le epurazioni funzionavano a meraviglia, la Rai dell’Annunziata chiuse anche Raiot di Sabina Guzzanti dopo la prima puntata. E sparì un’altra dozzina di artisti e giornalisti, fra cui Beha e Massimo Fini. Il comun denominatore delle vittime di quegli editti era di essere persone libere, incontrollabili, senza partiti di riferimento. Nel finto bipolarismo FI-Pd, spegnere le voci che non obbedivano a nessuno faceva comodo a tutti.


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Pensavamo che nulla fosse peggio di quella plumbea cappa di conformismo consociativo, poi arrivò Renzi a smentirci: asservì per legge la Rai al governo e si prese tutte e tre le reti e i tg, che fecero sparire Gabanelli, Giannini, Giletti e Porro. Ma la nuova La7 di Cairo bada più allo share che alla politica e si prese i primi tre, mentre il quarto andò a Rete4. Quella di oggi è tutt’altra storia, anche se Salvini rivendica una cacciata di Fazio che non c’è stata. Fazio sa di piacere solo al Pd, di cui condivide per indole la visione conformista e mainstream, e di stare sulle palle alle destre; ha capito che gli avrebbero messo i bastoni fra le ruote; e ha prevenuto l’attacco firmando col Nove. In una qualunque azienda, chi si lascia sfuggire una star di quel calibro verrebbe licenziato con richieste di danni dagli azionisti. Ma la Rai non è un’azienda, è un lupanare (bastava assistere, sabato, al vomitevole “tank show” degli scendiletto di Zelensky). Chi s’è lasciato sfuggire Fazio non è il nuovo ad Sergio, ancora in pectore: è quello vecchio, Fuortes, di area Pd messo lì da Draghi, che ha tenuto nel cassetto il rinnovo del contratto per compiacere i nuovi padroni. Poi li ha ricompiaciuti andandosene anzitempo senza che potessero sloggiarlo. Nessun editto: le epurazioni bisogna meritarsele e di Biagi, Santoro e Luttazzi non se ne vedono. Se anche la Meloni fosse tentata da un editto bulgaro, o ucraino, non farebbe in tempo: verrebbe anticipata ed esaudita prima di aprire bocca.

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Servitù volontaria – Il Fatto Quotidiano

Va letta e riletta, la lettera di Ricardo Franco Levi, “Commissario Fiera del Libro di Francoforte del 2024”, che comunica al “professore carissimo” Carlo Rovelli di aver annullato la sua lezione alla Buchmesse dell’anno prossimo per i delitti di pacifismo e leso Crosetto. “Con grande pena, ma senza infingimenti”. Per non trasformare “un’occasione di festa e giusto orgoglio nazionale in motivo di imbarazzo per chi rappresenterà l’Italia… al massimo livello istituzionale”. Il dolente scrivente avverte tutto “il peso di questa lettera, che mai avrei voluto scrivere” (sic) e spera “che possa contribuire a non farmi perdere la sua amicizia”. Gran finale: “Con l’augurio di poter presto leggere un suo nuovo libro… le invio il migliore dei saluti”. Manca solo l’epigrafe che Longanesi voleva stampare sul Tricolore: “Tengo famiglia”.


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La lettera è un reperto d’epoca, anzi d’epoche, perché avrebbe potuto scriverla qualunque prototipo d’intellettuale italiano in uno qualsiasi degli ultimi sei o sette secoli. È un capolavoro di servitù volontaria, dunque non richiesta, che spiega perché qui l’unica cultura degna di nota è quella autoritaria, qualunque sia l’autorità: l’intellighenzia non si concepisce come contropotere, ma come protesi e lingua del potere. Ha sempre bisogno di un padrone da servire. Se il padrone ordina, obbedisce. Se l’ordine non arriva, lo previene. Se il padrone cade, se ne cerca un altro. E non cambia mai idea, non avendone di proprie: cambia soltanto padrone. Il tapino Ricardo (con una c sola) – già giornalista per insufficienza di prove di Sole 24 oreCorriereGiornoMessaggero e Stampa, fondatore-affondatore dell’Indipendente “liberal” (senza e), sottosegretario di Prodi, portavoce di Veltroni e ora presidente degli editori – è persino sincero, nella sua viscida cortigianeria censoria. Per lui, come per ogni maggiordomo, un intellettuale che critica il potere non è normalità democratica: è un’anomalia da stroncare prima che faccia precedente. Più del censore, che ora si rende due volte ridicolo con la retromarcia per ordine del governo, fanno pena i censori del censore (tipo Crosetto, che aveva invitato Rovelli a occuparsi di buchi bianchi e non del buco nero dei suoi conflitti d’interessi armati). Sono come Levi: per 15 mesi hanno stilato liste di fantomatici putiniani, silenziato e insultato i pacifisti, tentato di chiudere i programmi che li ospitano, ostracizzato artisti e autori russi (memorabile, ieri, il teatrino di Vespa e altri camerieri ai piedi di Zelensky). Ora la censura “liberal” e “progressista” si salda con quella della destra, che ne raccoglie i frutti senza neppure muovere un dito. Come disse Mussolini negli ultimi giorni di Salò: “Come si fa a non diventare padrone in un Paese di servi?”.

Sorgente: Servitù volontaria – Il Fatto Quotidiano

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